nove marzo duemilaventi

23 March 2020 News 202 Views

 

Nove marzo duemilaventi
poesia di Mariangela Gualtieri

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.

 

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

 

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

 

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono
blindato
il nostro seme. Aperto
le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

 

Adesso siamo a casa.

 

E’ portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo
strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno. Un comune
destino
ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non
troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.
E’ potente la terra. Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato
l’universo intero, se quanto accade mi
chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come
ogni stella – ogni particella di cosmo.

 

Se la materia oscura fosse questo
tenersi insieme di tutto in un ardore
di vita, con la spazzina morte che viene
a equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto
suo,
guidata. Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

 

Una voce imponente, senza parola
ci dice ora di stare a casa, come
bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere
cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle
lentezze
delle antiche antenate, delle madri.

 

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la
prima volta
il pane. Guardare bene una faccia.
Cantare
piano piano perché un bambino dorma.
Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa. Che siamo
insieme.
Un organismo solo. Tutta la specie
la portiamo in noi.
Dentro noi la
salviamo.

 

A quella stretta di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto
ora –
noi torneremo con una comprensione
dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più
delicata.
la nostra mano starà dentro il fare della
vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.